L’intelligenza artificiale e il caos dei concetti

L’intelligenza artificiale e il caos dei concetti

L’esigenza di mettere ordine

 

Negli articoli precedenti abbiamo provato a mettere in luce quelle che sono le problematiche relative all’uso incontrollato dell’ intelligenza artificiale. Con quello di oggi vorremmo aprire un nuovo ciclo. Il focus resta l’ esigenza di stabilire un codice di regole, per un corretto utilizzo, etico, di questo strumento, ma vorremmo ripartire con un po’ di storia.

Il termine “ intelligenza artificiale ” fu usato per la prima volta all’interno di una conferenza organizzata negli anni 50 del 900 a Dartmounth. Lo studioso che la organizzò si chiamava John McCarthy. Quello che si cercò di fare durante questo convegno andava oltre la semplice spiegazione del funzionamento di una macchina, come poteva essere la macchina di Turing. L’utilizzo di questi termini: “intelligenza” e “artificiale” permise di creare un collegamento, di mettere in contatto due mondi paralleli, quello degli uomini e della biologia con quello delle macchine e dell’ingegneria.

Noi oggi pensiamo a scenari catastrofici, in parte dati anche dall’immaginario fantascientifico, che ci ha fornito il cinema degli ultimi decenni, e lo facciamo perché intimoriti dalla possibilità della tecnica di acquisire il dominio sulle nostre vite umane. Tuttavia, come fa notare Jerry Kaplan nel suo libro “Intelligenza artificiale, guida al futuro prossimo”, non ne saremmo così spaventati se si fosse chiamata “elaborazione simbolica” o “informatica analitica”. Il fatto di aver usato delle parole molto vicine al vocabolario quotidiano ha permesso di rendere un tema tanto complesso accessibile a tutti quanti, senza che, allo stesso tempo, ci fosse una preparazione tecnica sufficiente per comprenderlo.

Cosa accadde poi?

 

In seguito a questo convegno alcune università americane ricevettero importanti finanziamenti per elaborare ricerche nel settore, impiegando i migliori laureati del sistema. La cosa dirompente, da mettere in evidenza, è, però, come questo tema sia entrato nelle nostre vite quotidiane e come alcune personalità, molto importanti all’interno della nostra storia, abbiano elaborato e interpretato i nessi che sono stati individuati.

Negli articoli scorsi abbiamo trattato l’intelligenza artificiale come un cambiamento epocale che tocca tutti quanti noi e cercato di capire come accoglierlo, come farci i conti, a partire dalle reazioni che ci sono state in passato davanti a cambiamenti della stessa portata. Oggi vogliamo aprire un nuovo ciclo di riflessioni, dove ci facciamo accompagnare da studiosi e studiose che hanno affrontato l’impatto sociale dell’intelligenza artificiale nel corso della nascita di questo concetto. La prima studiosa con cui ci confronteremo è Donna Haraway, autrice di “Manifesto Cyborg”, testo degli anni ‘90 in cui possiamo trovare un tentativo di messa in ordine del caos creato da un concetto tanto potente come quello fin qui analizzato.

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